INSTABILITA' DEL MICROCOSMO

Si può ridurre l’universo all’interno di una cellula, come il DNA racchiude l’intera catena genetica di un’intera discendenza. Così come da una piccola goccia d’acqua si può risalire alla volta celeste che di questa è madre come è madre della terra che, come un grembo in attesa di essere fecondato, accoglie la goccia per ridar vita ad un ciclo di cui molte volte scordiamo la complessità.
Non è un caso quindi che Nadia Schönsberg si riallacci ad un’antica tradizione per farci capire e presentarci il suo mondo pittorico. Tante celle, elementi primari di un’architettura apparentemente razionale, vengono lavorate, scavate, plasmate, per diventare serie infinita. Ognuna diversa dall’altra, ognuna con una sua vita pittorica propria, va a formare una serialità sinuosa e musicale che sfocia nell’opera finita. Ciò che unisce questi mondi, perché di questi si tratta – sono microcosmi – sono dei fili che noi percepiamo neri o di altri colori; altre volte non li percepiamo affatto ma questo non vuol dire che non ci siano. Questi cosiddetti “fili” – talmente importanti per la cultura “veda” da aver diritto ad una parola specifica, guna’s – formano, per così dire, il mondo verticale, l’intera gerarchia dell’essere che regge il cosmo.
Queste celle respirano, crescono e si dilatano sia nello spazio sia nel tempo. Assumono quasi un movimento, un ritmo che le sposta leggermente, impercettibilmente, verso i quattro punti cardinali per poi ritornare su se stesse verso il centro, il cuore pulsante dell’opera. Le celle sono figlie della rosa dei venti e dal vento sono accarezzate, sfiorate, fino al punto da assumere posizioni non codificate su di un pentagramma di cui non conosciamo la sorgente e nemmeno la foce, né l’alfa né l’omega, ma che all’interno di questi due parametri vivono, crescono, respirano e si fanno sentire per chi ha orecchie per percepire l’incanto musicale del silenzio nato dai colori e dai segni. Perché siamo consapevoli che il silenzio non è assenza di musica, come il bianco non è assenza di colore. E’ esso stesso musica soltanto che il silenzio si posiziona su di un rigo alto del pentagramma. In un rigo che magari non tutti riescono a percepire perché invisibile, come pochi riescono ad interpretare i segni con cui è formato il creato perché i guna’s sono evidenti soltanto per chi sa coglierne le sfumature iridescenti del canto con cui si è formato il mondo. Così anche queste opere di Nadia Schönsberg non sono solo collocate nella pagina della cronaca d’arte. Sebbene siano figlie di ricerche che hanno cercato nella storia del moderno e del contemporaneo di offrire nuove percezioni del mondo e dell’anima, il lavoro dell’artista vira oltre le apparenze della materia per farsi luogo della meditazione. Già il definire “microcosmo” il frutto del suo operare vuol dire collocare l’opera simultaneamente su diversi piani, tutti interagenti tra di loro, tutti metafore e simboli di una storia che diventa mito e di un tempo che diventa quello primordiale.
La percezione quasi optical del lavoro ci aiuta a navigare attraverso le turbolenze del mondo. Le righe che uniscono le celle – talvolta diventano invisibili ma sono ben salde nell’anima – creano un’efficienza dinamica che ci conduce verso il bordo e oltre il confine del quadro stesso. Come se la mano dell’artista, sapiente costruttrice di materie cromatiche, cedesse per un momento a ciò che il cielo vuole, consapevole che talvolta la scelta avviene da sé. Nonostante l’impegno di costruire questi lavori. Perché qui, in questi “tabulati”, di lavoro manuale ce n’è tanto. Un lavoro quasi artigianale, maniacale, fatto di scavo, di riempimenti, di riduzioni e accumuli, di tracciati delicati che si confondono con colori primari che rimandano alla secolare lotta tra forma e contenuto, tra apparenza e realtà, tra il qui e il là, tra bene e male.
Trame, tessuti, legami, nodi, fili annodati. Questo in definitiva sono le celle dell’artista, diventate, in certe opere, sottili fino a scomparire ma non a morire. Sono nodi, seppur con i confini quadrati come quadrato è il mundus dei romani, l’universo in cui è racchiuso il cuore sacro di una civiltà. Labirinti personali, mandala che cercano di sbrogliare i meandri della mente, di far ordine nei sogni e nei pensieri. Architetture metafisiche, scenografie per una città futuribile alla Blade Runner diventata già presente. Ma anche castello eretto da Nadia Schönsberg lì dove tramonta il sole, in modo da rappresentare anche il mondo sotterraneo, quello ctonio. Quello che al tramonto ci fa rimanere con il fiato sospeso per la paura che il giorno dopo il sole non ritorni. La stessa paura che attanagliava i popoli del Nilo e i loro dèi, eterni combattenti contro serpenti famelici dei raggi solari e della vita stessa.
Essendo però le opere di questa terra, tali castelli di colore sono una soglia dove si uniscono due mondi: quello di sopra e quello di sotto. Per tutto questo alla fine si ritorna all’inizio, a quel titolo coniato dalla stessa artista dove nell’infinito piccolo c’è l’infinito grande ma mai è fisso, fermo. Tutto si muove, tutto è magmatico, instabile. Perché il ritmo e lo spazio-tempo mutano continuamente d’aspetto. Il colore diventa pigmentazione e la legge a cui tutto soggiace è quella della recapitulatio mundi: tutto ritorna alle origini. E’ il movimento che lo consente.

- Fiorenzo Degasperi -

 

INSTABILITA' MICROCOSMICHE, Trentino Mese - Giugno 2008

Sembrano griglie di un'architettura impossibile, forse delirante, sicuramente inospitale per la mente ma forse non per il cuore. E allora, voltato l'angolo, le opere di questa giovane artista che sta dedicando il giorno e la notte alla creazione del suo modo di essere attraverso la pittura, possono anche sembrare dei pentagrammi, delle pagine su cui compone i suoi movimenti. Così aveva scritto Christian Arnoldi quando si era occupato recentemente della presentazione di Nadia Schönsberg: dissolve nelle infinite possibilità delle Nature e negli altrettanto inesauribili accenti musicali, Andante, Allegro con brio, Presto, o in quelli del colore, Adagio assolato e viola, Scherzo verde, ecc. Ora l'artista presenta i suoi lavori, soprattutto quelli nati in quest'ultimo anno, alla Sala Iras Baldessari di Rovereto (Via Portici,14) a partire da lunedì 2 giugno - presentazione alle 20 - fino al 15 giugno. E' l'occasione per vedere, oltre che capire, questa pittura apparentemente assai difficile, figlia della tradizione sapiente del saper mescolare e impastare i colori come un tempo facevano gli artisti affrescanti.
Dopotutto anche queste opere potrebbero benissimo essere degli affreschi, al di là della tecnica, talmente complicate sono la loro costruzione. Ed è proprio guardando da vicino alcuni di questi lavori che pensiamo subito al modulo base di Le Courbusier. Anche lei ha una cellula base soltanto che le moltiplica all'infinito e su queste cellule fa incrociare il mondo intero.

- Fiorenzo Degasperi -

 

LE DISSONANZE DELL'UNIVERSO

L’arte è una similitudine della creazione
Essa è sempre un esempio, come il terrestre
è un esempio del cosmico
Paul Klee, Confessione creatrice

Il novecento ci lascia in eredità alcune scoperte scientifiche rivoluzionarie che sovvertono la nostra concezione del mondo. Esse danno il colpo di grazia a quell’ordine universale a cui abbiamo creduto per secoli e a cui siamo stati abituati. A livello cosmico, fisico e microfisico, sembra regnare piuttosto il disordine e il caos. Nel cosmo ritroviamo milioni di galassie, brulicanti di stelle e di pianeti, oggetti misteriosi, buchi neri, che a grandi velocità si spostano verso derive infinite e in continua dilatazione. L’energia, motore della fisica e soprattutto dell’industrializzazione, con il secondo principio della termodinamica si mostra soggetta a degradazione, appare nella sua veste entropica, ovvero in continuo logoramento, consumo, esaurimento. La microfisica oltrepassa il guscio compatto e omogeneo dell’atomo precipitando in un vortice di particelle non ben definite: «un delirante pasticcio subatomico di fotoni, elettroni, neutroni, protoni».
Il lavoro di Nadia Schönsberg affonda le proprie radici in queste nuove e agghiaccianti consapevolezze, nel cuore delle dissonanze dell’universo. La sua attività creativa prende vita dalle energie, dagli elementi, dalle materie informi dell’universo stesso; e da forma a linee, punti, superfici, spazi, macchie, striature, modulazioni di colore, tracciati, che seguendo leggi loro proprie, interagiscono, si incontrano, si combinano generando “movimento frenato e articolato” oppure ondulatorio, ritmi, intrecci e trame, strutture.
La sua è un’arte dell’interazione appunto, ovvero un’arte produttrice di associazioni, simulatrice di incontri, di incastri, di legami grazie ai quali la natura stessa degli elementi e dei corpi si modifica; la loro intensità varia, così come la loro forza e il loro carattere. È attraverso questo processo che ha origine ogni forma, ogni struttura, sia naturale che culturale; e l’incontro tra le parti che le compongono è facilitato dal caos, da un certo vulcanismo che agita e sovverte i flussi dei semplici elementi.
La tensione, vorrei dire antropologica, di questo lavoro è sconvolgente; Nadia Schönsberg dissolve nelle infinite possibilità delle Nature e negli altrettanto inesauribili accenti musicali, Andante, Allegro con brio, Presto, o in quelli del colore, Adagio assolato e viola, Scherzo verde, le possibilità di una qualche regolarità e stabilità, di una qualche certezza.
Le sue opere gettano una luce inquietante sulla genesi delle molteplicità “naturali” e “culturali”, e ci trascinano nei meandri più profondi e oscuri dell’universo delle materie e delle idee, là dove il caso, e soltanto il caso, combina e organizza struttura dopo struttura.

- Christian Arnoldi -

 

CROMOEMOZIONI - IL GIALLO, U.C.T. (Uomo, Città, Territorio) - Novembre 2007

Tra i commenti dei visitatori colpisce quello di Luigi Penasa «Finalmente il coraggio del colore». Comincia qui la nostra originale esperienza di cromoterapia, attirati dal titolo della mostra allo Studio d'Arte Andromeda Il Giallo. Cromoemozioni. […] Nadia Schönsberg parla un linguaggio fatto di ritmo ed armonia. Sulla tela si materializza la storia della natura e della cultura in negativi di china nera e cere, pellicole colorate oppure scenari urbani fantastici – o forse solo futuristici, di grattacieli altissimi e magri come grissini, che si snodano vicine, piatte, parallele, spezzate e ricomposte, simili ma differenti al variare delle emozioni. Simboli millimetrati, linguaggi alieni o nuovi pentagrammi di emozioni, ipnotici nella loro ripetitività? I titoli si fermano al tempo (Ora incerta, 2007) e alle emozioni (Emozioni all'alba, 2007; Giallo di gioia, 2007) ma le suggestioni visive riescono agevolmente a travalicarli.[…]

- Chiara Girardi -

 

CROMOEMOZIONI, Vita trentina, Ottobre 2007

[…]Nadia Schönsberg, con un attento lavoro di cere e di chine realizza un ritmo che si ripete, senza peraltro essere mai identico a prima e dopo, espandendosi fino ai bordi della tela. I colori-emozioni si connettono alla struttura modificandone la apparente rigidità e descrivendo lo stato d’animo dell’ autrice. Il giallo, nello specifico, viene identificato con la gioia.[…]

- Pietro Marsilli -

 

SINFONIE A COLORI

Probabilmente il primo suono che l’essere umano ode attraverso il liquido amniotico è il battito del cuore della propria madre. Un ritmo.
Alcuni antropologi collocano la nascita della musica in quel momento particolare in cui l’uomo ha sentito l’esigenza di costruire un ritmo battendo due sassi, due legni tra loro. Allo stesso modo collocano il principio dell’arte figurativa nel momento in cui lo stesso uomo ha percepito dentro di se la volontà di caratterizzare il proprio spazio con il proprio segno. E lo ha fatto inizialmente per mezzo di linee organizzate secondo un complesso ritmico. Le culture tradizionali oggi sopravvissute alla tecnologizzazione occidentale lo testimoniano. Poi lo stesso concetto di ritmo figurato si è trasformato in percezione dello spazio e proporzione.
Oggi, calàti nel nostro spirito contemporaneo, è pressoché impossibile per noi sfuggire alla triade di domande che ha il potere di restituirci la nostra condizione umana primigenia: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Le stesse domande che Gauguin rivolgeva a se stesso, oggi caratterizzano il lavoro di Nadia Schönsberg, filtrate attraverso la rappresentazione mentale del suono e dello spazio.
Le sue opere appaiono come un concertato ritmico in cui diversi elementi compongono una sinfonia (xyn+phonos = suoni uniti assieme) costituita da linee, elementi modulari, colori, che la Schönsberg, proprio come un direttore d’orchestra, articola nello spazio, fino a creare una forma tanto definita nel suo essere, parlo di linee quasi rette, quadrati, rigide perpendicolarità compensate da audaci variazioni cromatiche , quanto indefinita nella sua possibilità di reiterarsi all’infinito nello spazio, come il suono, capace di allargare i suoi confini fino a perdersi dissolvendosi
nell’aria. Ogni sistema che articola segno, colore, materia e ritmo, insiste sulle stesse caratteristiche che in musica definiscono un movimento di una sinfonia. Ogni dipinto della Schönsberg ha caratteristiche simili ad un movimento musicale.
Allo sprovveduto che mi chiederà se allora, una mostra della Schönsberg va ascoltata, risponderò che essa va invece percepita, con gli occhi, col tatto, con quel senso del ritmo che non si ode, ma che ogni essere umano ha dentro di se, da quando inizia a percepire ciò che lo circonda.

- Maurizio Piazzi -

 

ARTWORKS

È un ritmo iterato nella matrice di un quotidiano rituale che ci arreca un’esistenza (essenzialmente sulla carta), alla stregua e della stessa valenza di una scrittura.
Si potrebbe pensare, da subito, a Max Cole; ma la presunta freddezza, lo strizzare l’occhio ad un oggettività della linea geometrica viene surclassata da esiti di stupefacente fiaba, dove il colore trascende le linee e dove il suo porsi per campiture, assoggetta lo spettatore a creazioni autonome di un universo “altro”.
Spazio antropologico, prima che spazio della mente, spazio di un’artista idealista in tutto simile al poeta che, per dirla con le parole di Francesco Algarotti “ […] finge con la fantasia e rappresenta gli obiettivi quali esser dovrebbono con quella perfezione che si conviene all’universale e allo archetipo”.
Come non pensare al curriculum dell’artista, al suo provenire dalla scenografia, dai fondamenti teorici della scena tecnica, al supporre uno spazio abitato e circoscritto, dove è possibile quella pianificazione dove altri potranno entrare a muoversi?
A questo punto, l’excursus potrebbe diventare prepotente: le grandi ambizioni immaginifiche delle tavole di Giovanni Battista Piranesi possono stare dietro la porta, dando per scontata l’acquisizione (nella logica del contemporaneo) del soppesare e del confronto che sono della prospettiva fenomenologica: dove e quando eliminato ogni tabù legato al “furto” si può comodamente scomodare Thomas Stearns Eliot, quando ci indica che il vero genio ruba, senza passare per la mediocrità di chi imita, incoscientemente.  

- Annamaria Targher -

 

 
     
 
 


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